[Collaborazione – Recensione] “Non dimenticare chi sei” di Yaa Gyasi

Buonasera lettori e bentrovati.

Oggi vi parlo di “Non dimenticare chi sei”, il libro di esordio della scrittrice Yaa Gyasi, edito da Garzanti (che ringrazio per la copia ricevuta).

Innanzitutto ho scelto di leggere questo libro perché il titolo e la copertina mi sono piaciuti subito tantissimo. Leggendo poi la trama ho capito che sarebbe stata una lettura profonda e impegnativa, una lettura che mi avrebbe sicuramente insegnato qualcosa di importante. E non mi sbagliavo.

Il libro è un susseguirsi di storie, raccontate in prima persona, di uomini e donne neri, in particolare della Costa d’Oro, a partire dal 700 fino ai giorni nostri.

Si parla di schiavitù, di donne vendute per pochi spiccioli e uomini trattati come nullità, costretti a lavorare prima nelle piantagioni e poi nelle miniere, dai bianchi. Dagli inglesi innanzitutto e poi anche da altri. Uomini bianchi che arrivavano in questi villaggi e rubavano la dignità di migliaia di persone colpevoli soltanto di vivere in un posto ricco di risorse e di avere la pelle di un colore diverso.

Ho letto di cattiverie e meschinità indicibili, ho letto di voglia di riscattarsi e ho letto di persone che sono fiere di avere quel colore della pelle e fanno di tutto per vivere una vita normale in un mondo che invece di unire divide, sempre. In un mondo dove i neri hanno un destino già scritto, difficile da cambiare, impossibile da dimenticare.

Queste storie sono dolorose, sconcertanti, e sono scritte così bene che riescono ad entrarti dentro con prepotenza. Ti sconvolgono. Mi è capitato spesso mentre leggevo di sentire un monito salirmi dalle viscere che mi spingeva a voler fare qualcosa di concreto per quelle persone di cui stavo leggendo la vita. E soprattutto mi sono chiesta spesso il motivo di tutta quella cattiveria. Non sono riuscita a darmi una risposta.

Pian piano mi ha preso sempre più. Ogni storia ti travolge e poi termina lasciandoti così, inerme e spesso piena di domande. Le risposte però fortunatamente sono sempre nei racconti successivi. Nulla è lasciato al caso.

La struttura mi ha colpita molto e mi è piaciuta subito. Mi ha incuriosita continuamente questo dover scoprire pian piano la vita dei protagonisti attraverso le storie dei loro figli e dei loro nipoti.

Si, perché l’autrice ha deciso di partire dalla storia di due sorelle, Effia ed Esi, vittime entrambe ma in modo diverso della tratta degli schiavi. Attraverso la loro storia e poi quella dei loro figli e dei figli dei loro figli, ripercorriamo anni e anni di storia dei neri che partiti dall’Africa arrivano loro malgrado a vivere in America. Questa terra immensa che li contiene a fatica, che li rinchiude in un ghetto, che li tratta in modo indifferente anche quando sono ormai uomini liberi.

Gli ultimi protagonisti di questo libro sono Marcus e Marjorie, due ragazzi americani originari del Ghana, che decidono di tornare nella loro terra d’origine per conoscere i luoghi che hanno ospitato i loro antenati. I luoghi dove sono nati, vissuti e dove hanno sofferto, i luoghi dai quali sono stati strappati con la forza. Nell’ultimo capitolo del libro assistiamo al ricongiungimento di questi ragazzi con il loro passato, perché, come ci suggerisce il titolo dell’opera, non bisogna mai dimenticare chi siamo. E’ l’unico modo per non perdersi, è l’unico modo per crescere, per andare avanti, per vivere senza rimpianti e con coraggio.

Si tratta quindi anche di un grandissimo lavoro di ricostruzione, ho letto nei ringraziamenti finali che ci sono voluti ben 7 anni per scrivere questo libro. La prosa è ottima e le parole sono sempre quelle giuste. Descrivono, raccontano e rievocano in modo ottimale.


Vi consiglio dunque di leggerlo se come me non avevate ben chiare le dinamiche di una storia che ora come ora ci sembra lontanissima, ma che, al contrario, è ancora attuale. La diversità, il disprezzo per chi ha un colore della pelle diverso dal nostro è ancora, purtroppo, un tema molto attuale.

Leggere dunque questo libro può aiutarvi a comprendere la gravità di quello che è stato fatto, per non dimenticare, e per fare in modo che quello che è accaduto non si ripeta più. E non sto parlando della schiavitù, delle catene alle caviglie o delle donne stuprate. Sto parlando di discriminazione, sto parlando di bullismo, sto parlando di senso di superiorità razziale nei confronti di chi è un essere umano proprio come noi.

 

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